
La pubblicità è morta? Forse no, o forse non ancora, ma sicuramente non sta molto bene.
L’impressione è che la pubblicità stia continuando a seguire modelli secolari e rifiuti di evolversi perchè accecata da decenni e decenni di successi. Di certo così com’è fatta oggi pare non possa continuare a funzionare (se ne parla limitatamente ai social media anche su SocialWare).
L’arrivo della società liquida ha frammentato ogni elemento delle attività dell’uomo in tante piccole parti, per cui risulta sempre più difficile andare a individuare i target di riferimento nei posti dove consumano informazioni e in cui si intrattengono. Il tempo stesso dedicato al consumo dei media è ridotto, frammentato e traslato.
Una volta c’erano i film solo al cinema. Il loro consumo avveniva in uno spazio (la sala cinematografica) e in un tempo (l’orario di programmazione) ben definito.
L’arrivo dei film anche in tv ha modificato la componente dello spazio (si può vedere un film a casa propria) ma non il tempo (resta l’orario rigido della programmazione).
Logico che fino a questo punto il raggiungimento dei target, da parte degli inserzionisti, era abbastanza semplice.
Già con l’arrivo dei supporti magnetici (VHS) e poi di quelli digitali (DVD), anche la componente temporale ha subito una variazione sostanziale complicando non poco la vita ai pubblicitari.
Tra evoluzioni tecnologiche ed evoluzioni umane, ne sono convinto, c’è sempre stato un rapporto reciproco: l’uomo si evolve e cambia la tecnologia, che evolvendosi cambia l’uomo. Un circolo virtuoso che molti chiamano progresso e che fa esclamare a molti altri (i più spaventati) “dove andremo a finire di questo passo!”
La rivoluzione digitale degli ultimi 15-20 anni ha anche modificato i comportamenti di noi utenti della comunicazione. Siamo tutti diventati più distratti, più distraibili e più smaliziati nel riconoscere (e possibilmente evitare) la pubblicità. E’ sempre più difficile raggiungerci, e riusciamo a difenderci sempre meglio dai messaggi persuasivi.
Per non morire, la pubblicità deve riuscire a cambiare i propri linguaggi, stili, modi e tecniche.
Saprà modificarsi da sola? Investitori, agenzie e consulenti saranno in grado di capire il cambiamento importante che è già avvenuto o continueranno imperterriti a ripercorrere le strade già battute sin dai primi anni del Novecento?


giugno 23rd, 2008 at 12:16
Forse qualcosa si stà muovendo. Prendi ad esempio Fabris che nell’ultimo suo libro ha delineato – e auspicato – un importante cambiamento nel rapporto tra la pubblicità e il pubblico a cui vuole arrivare.
Questo cambiamento deve avvenire anche “alla base”, a livello accademico. Ci hanno fatto studiare tonnellate di libri sulla pubblicità e il marketing che avevano come modelli di riferimento la piramide di Maslow e l’A.I.D.A., senza rendersi conto che – a livello pubblicitario e non – è indispensabile un approccio del tutto diverso.
giugno 23rd, 2008 at 12:41
Fabris preferisco non prenderlo ad esempio
Scherzi a parte, il fatto che a livello accademico ci si muova adesso, significa che se tutto va bene a livello operativo qualcosa può avvenire tra 5-6 anni.
L’Università dovrebbe prevedere, non trarre conclusioni. Voglio dire Fabris ha scritto questo libro, ma sono cose che io e te già intuiamo (con le nostre piccole menti da neolaureati interessati al web)da almeno 3-4 anni.
Se il mondo della pubblicità classica è disallineato rispetto alla società liquida, il mondo accademico lo è altrettanto.
Non trovi?